In memoria del Ten. Dott. Giuseppe Perroni

In memoria del Ten. Dott. Giuseppe Perroni

caduto a Rodi il 23 novembre 1943

In data 16 maggio 1943 il Ten. Giuseppe Perroni inviava alla propria famiglia la seguente missiva:

Carissimi,

ho appreso con grande dolore la notizia della perdita totale dell’Africa. In questi giorni ho pensato tanto ai nostri soldati caduti, feriti e prigionieri, laggiù ed alle loro famiglie. Sento veramente che la mia forza d’animo si è accresciuta in questo periodo e che sarei capace di qualunque cosa.

Oggi sono stato invitato alla mensa di un Reggimento di Fanteria della zona ed ho incontrato là un mio compagno d’Africa che io solo conoscevo solo di vista. Ero seduto accanto a lui e coì abbiamo potuto parlare a lungo del periodo più bello della nostra vita, del nostro grande entusiasmo di allora. Io fortunatamente questo entusiasmo non l’ho mai perduto, anche se ho attraversato momenti o periodi di amarezza.

Giorni addietro è venuto il Ten. Col. Commissario con un altro Ten. Col., giunto ora dall’Italia per dargli la sostituzione, dato che lui rimpatria per “motivi di salute”. Voi sapete che anch’io avevo chiesto la sostituzione: sono uno dei pochissimi ufficiali che, avendo partecipato alle operazioni in Albania, dal dicembre 1940 ad oggi è stato una sola volta a casa: e perciò il mio desiderio era tanto giustificato che il Colonnello mi aveva promesso di accontentarmi.

Ora, però, che noto una certa smania di rimpatrio per avvicendamenti, per malattie etc… non ho più il desiderio di prima ed ho deciso di rimanere qui finché le cose – se la fortuna ci assiste – andranno meglio per noi.

Forse questa mia decisione vi farà pensare ad un mio scarso attaccamento alla famiglia; invece è proprio per l’affezione che nutro verso voi tutti che io voglio rivedervi quando potremo essere veramente felici. Vi ricordate come è stato bello per noi tutti il mio ritorno dall’Africa Orientale, dopo la vittoria?…

Vi abbraccio forte forte                      

Giuseppe

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La chiarezza e la semplicità dei contenuti della lettera del Ten. Perroni invitano ad una riflessione.

Il dovere verso la Patria risulta superiore ad ogni richiamo, non certo per carenza di legami, bensì per una obiettiva considerazione della realtà del momento.

Il precipitare degli avvenimenti non incrinano la forza di volontà del giovane guerriero, anzi accrescono il suo desiderio di impegnarsi, di essere utile, di accantonare ogni proprio diritto in funzione del raggiungimento di uno scopo ben più alto e nobile di quello del contesto operativo.   

Rassicura i propri cari sulla forza dell’amore verso la famiglia, rassicura i propri cari sul convincimento della propria volontà indomita di fronte alle perdite contingenti della guerra.

Rassicura i propri cari che qualunque gesto, “qualunque cosa”, saranno stati compiuti in obbedienza a quegli insegnamenti, a quegli esempi ricevuti che non possono né avrebbero potuto essere disattesi, in quanto avrebbero costituito il diniego di se stesso.

L’8 settembre 1943 segnava per il Ten. Perroni il momento decisivo per avere una conferma della forza della propria interiorità, la conferma della propria capacità di guardare alla realtà senza accettarne la meschinità. 

I primi giorni del mese di dicembre 1943 la  famiglia del  dott. Giuseppe Perroni, Tenente del Regio Esercito assegnato al IX° Reggimento “Regina” di stanza a Rodi, ricevette la seguente, tragica missiva:

“Stim.ma e cara Famiglia,

con cuore di padre e di fratello sono a comunicarvi una dolorosa notizia, che tanto male ha fatto anche a me, che tanto volevo bene al povero Giuseppe.

La sera del 23 novembre egli rimase gravemente ferito e quasi subito morì.

“Distinguendosi per una bontà di cuore eccezionale, lo chiamavano con il mio nome, tanto era buono. E io mi sentivo inferiore a lui per longanimità, dolcezza e bontà.

Generale fu il rimpianto. Neppure uno che non lo compiangesse.

Persino i condannati l’adoravano.

Era un uomo, si sarebbe detto, incapace di fare il male.

Purtroppo Egli non è più.

E’ sepolto nel cimitero di Campochiaro (Rodi), in posto evidente, al n. 25.

Coraggio, cara e stim.ma Famiglia, il Signore vi prova nel dolore.

Siate forti, offrite a Lui la vostra amarezza in suffragio della Sua anima, e Iddio avrà misericordia di lui e di noi.

Con tutta cristiana condoglianza

3 dicembre 1943 

Tenente Cappellano

Parodi Giuseppe

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Fu nella seconda metà del mese che il Ten. Perroni venne a trovarmi nella baracca, con l’ordine del Maggiore di operare una perquisizione ai miei bagagli.

Bussò alla porta; al Suo saluto cordiale e gentile, risposi con sincera effusione: perché sapevo bene che Lui era uno di quelli che odiavano Migl. E i suoi: e, forse, l’unico che cercasse isolarsi dagli altri per trascorrere il tempo con i prigionieri.

Mi comunicò immediatamente lo scopo della Sua visita e, vedendo che io preparavo a Sua disposizione i due zaini che costituivano il mio bagaglio, si affrettò a precisare: “ E’ inutile, Bianchini; tanto so bene che qualunque cosa di compromettente tu avessi avuto, non la lascerai qui in mostra… e, poi, sinceramente, a me ripugna fare una perquisizione a militari italiani; non le ho fatte e non la farò”.

Mi lasciò, portando via un cartoccio di caffè crudo che io stesso gli detti, perché dimostrasse di aver trovato e sequestrato qualcosa di superfluo.

Ci salutammo ridendo…

La sera stessa, poche ore dopo che mi aveva salutato, alla vigilia della cerimonia del giuramento, fu trovato con un colpo di rivoltella al cuore.

Lasciò detto, si seppe, che non intendeva giurare ad Hitler e che tutte era un colossale inganno.

Fu massimo interesse sia dei tedeschi che dei fascisti di tenere a silenzio la cosa. Ma anche ad esempio ed a conferma di tanta decisione, i prigionieri fecero rapidamente circolare la notizia con la massima rapidità.

Ed il nome del Ten Perroni fu sulla bocca di tutti; e il suo gesto, compreso.

28 settembre 1948

Testimonianza resa dal  Serg. Giorgio Bianchini

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Il non aver voluto giurare ai tedeschi fu la causa della sua morte.

Si parlò di “eliminazione oscura” – nella notte – del solo ufficiale la cui aperta ribellione (alla vigilia della cerimonia) contro un giuramento allo straniero, avrebbe avuto il giorno appresso conseguenze incalcolabili sui suoi compagni e sulla truppa, che l’adorava.

Egli non aveva celato (anzi aveva preannunciato a mensa, presenti anche i superiori) che l’indomani, durante la celebrazione del giuramento ad Hitler, avrebbe manifestato la sua rivolta in presenza dei reparti.

Consapevole della sorte che, per quest’atto lo attendeva, si preparava e diceva addio a compagni ed amici.

Questo testimoniano le lettere che seguono: scritte – si badi – in quei momenti tragici per l’Egeo, da militari, con la comprensibile circospezione di chi sa che ogni sua parola sull’argomento verrà scrutata dalla censura dei Tedeschi occupanti, inveleniti.

Disarmatolo “amichevolmente”, si preferì eliminare colui il cui coraggio si finse di stimare “insensato”.

Eliminarlo poche ore prima che il suo esempio trascinasse gli altri.

Eliminarlo di notte, nell’oscurità della Sua camera, facendo poi circolare la voce di un’auto soppressione.

Ma sull’atto di decesso il Comando tedesco volle inserire la formula propria delle esecuzioni sommarie: “Morto per causa imprecisata…”

E non osò MAI comunicare la morte del Ten. Perroni ai familiari, né permise alle Autorità Militari italiane che mai lo comunicassero.

Così si volle, su questa morte, un totale assoluto silenzio ufficiale. Sino alla fine della guerra.

Ma al suo superiore, Procuratore Generale dei Frati Minori, il Cappellano Militare don Parodi, dopo aver dato, significativamente, l’assoluzione alla Salma,  spiegò scrivendo:

“In quei giorni doveva aver luogo il giuramento imposto agli italiani dal Comando Germanico.

Nella notte precedente, il Ten. Perroni morì.

Confrontando le due date si comprenderà ogni cosa. Gli altri hanno giurato…”

  Caduto in un agguato vile di chi ne temette l’esempio sugli altri, o immolatosi per intollerabile a giurare fedeltà allo straniero, la tragedia silenziosa di questo soldato resti, nel cuore di ogni onesto, a ricordo di un Italiano che umilmente, serenamente, in giorni di quasi generale smarrimento e viltà, offrì consapevole a 32 anni la propria vita, con la muta fierezza di chi sdegna vani riconoscimenti e compensi.

Così come sdegnerebbe ora una, sia pura giusta vendetta.

Nota alla testimonianza resa dal Serg. Giorgio Bianchini del 28 settembre 1948

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Era appassionatissimo per i bambini (greci), che spesso chiamava e scherzava con loro come un coetaneo…

A Campochiaro era ben visto da tutti, apprezzato, avvicinato per il suo nobile cuore.

Verso il 18-20 novembre, il Comando Germanico impose il giuramento ad Hitler…

A dir vero, in tutti suscitò una certa titubanza, ma poiché si trattava di farlo per il bene della Patria, non si esitò tanto.

Peppino, invece, non era disposto e sebbene cercassimo di convincerlo, a nulla valevano i nostri amichevoli consigli…

La sera del 24 Peppino era a mensa con tutti i suoi colleghi.

Lasciato il Maggiore, rimase Peppino insieme al Cap. Pietrancosta, al quale i discorsi di Peppino sembravano sempre più “insensati”.

Il Capitano cercava di dissuaderlo cambiando discorso e appena furono a casa gli tolse la pistola… Appena sorbito il caffè, Peppino spense il lume e, dicendomi addio, si allontanò verso la sua stanza che distava dalla mia di circa 20 mt.

Continuai a dormire. Dopo alcuni minuti si udì un solo colpo di pistola e qualche grido di dolore. Corremmo in suo aiuto, ma invano; trovammo il povero Peppino che grondava sangue dal cuore e dava l’ultimo respiro…

Lo ricomponemmo, affranti dal dolore e piangendo sinceramente.

Accorsero tutti gli ufficiali, che non lo lasciarono fino a quando non fu sepolto.

Il giorno seguente, 25 novembre, ci furono imponenti funerali cui parteciparono gli innumerevoli amici e tutte le autorità militari.

Ora riposa nel Cimitero di Campochiaro, accanto ai fratelli italiani…

Testimonianza resa dal Ten. Giovanni Borracino il 13.3.1944

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Per mezzo del Cappellano Militare don. Rodolfo Jannone, da Cava dei Tirreni, conobbi il sig. Ten. Perroni. Tutte le sere cenavano insieme con gli altri ufficiali.

Successo il disastro dell’8 settembre, non ci siamo più viti. Il 19 ottobre si trasferì anche il sig. Ten. Perroni a Campochiaro e appena mi vide mi chiede se io mi trovavo là e se ero disposto a fargli l’attendente. Io subito abbandonai il posto e mi misi attendente presso di lui, perché conoscevo la sua bontà.

Venne l’ordine di giurare per la Germania e a me diceva: “Io preferisco morire…”

Il 23 novembre mi chiamò per farmi vedere la sua roba e, trovata tra la corrispondenza familiare una sua fotografia, me la dette dicendo: “Caputo, questa la tieni per mio ricordo, quando vai a casa”.

Siccome voleva che andassi sempre con lui, mi disse di andare insieme in fureria. Nel lasciare la fureria, salutava tutti dicendo che andava a fare un sogno eterno… e, appena venne in camera, mi ordinò che gli facessi due bottiglie di caffè e subito ho fatto quanto mi chiese. Dopo se ne andò a mensa dicendo che ci saremmo visti più tardi.

Al ritorno mi abbracciò dicendomi:” Buona notte, vai a letto…”

Alle 23,30 della stessa notte avvenne la sciagura. Nessuno mi svegliò e al mattino me lo fecero sapere. Io non credevo fino a quando non andai sul posto e vidi la salma. Fin a quando non lo seppellirono stetti sempre al suo fianco.

La sua roba la misi nelle casse e, fatto l’elenco di tutto, la consegnai al Cappellano Militare Padre Cleto…

Testimonianza resa dall’Artigl. Caputo Giovanni il 13 marzo 1944

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Per il Ten. Giuseppe Perroni venne il giorno del ritorno alla sua terra:

Pregasi informare la famiglia del Caduto Ten. Perroni Giuseppe che la salma del suo eroico congiunto sarà rimpatriata dalla Grecia a Bari”

(Lettera 24.7.1954 Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze ai Caduti in Guerra)

Angela Maria Perroni

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