Nora Menascè

NORA MENASCE’

UNA PICCOLA EBREA ITALIANA NELL’ITALIA FASCISTA

                                                                         Ricordo di   Ester  Fintz Menascé

                                                                         dell’amatissima “sorellina” Nora    

    Le leggi razziali cambiano la vita – anche – di Nora. Non ha ancora sei anni quando le viene detto che, bambina ebrea, non potrà frequentare la prima elementare nella scuola pubblica di fronte a casa insieme alle amichette, come da tempo attendeva (il suo primo dolore, ricorderà più avanti), quando capisce che non potrà indossare anche lei, come la sorella maggiore, Ester, la divisa di Piccola Italiana, una divisa che l’affascina e che un giorno prova di nascosto guardandosi poi allo specchio e trovandosi, scrive in un “pensierino”, “bellissima” (anche se la divisa doveva ballarle addosso).

    Nora è da poco tornata a Milano, sua città natale, da Rodi, l’isola delle rose (dove durante l’estate è stata portata per rivedere i nonni (FOTO 1): entrambi i genitori provengono infatti da quella “bellissima” isola (“pulcherrima” già l’aveva chiamata Plinio il Vecchio), la più grande del gruppo di isole egee note come Dodecanneso, isole italiane tra il 1912 e il 1943. Quando sono a Rodi Nora e famiglia sono ospiti  del nonno Michele, il nonno paterno, nella sua bella grande casa (FOTO 2) dalle “molte porte”,  scriverà più tardi  Nora nella poesia a lui intitolata, una casa in cui si perdeva: “La casa del nonno Michele aveva molte porte: / da piccola mi ci perdevo come in un labirinto, / poi con l’aiuto di un mobile o di un dipinto / appeso alla parete ritrovavo il cammino”(FOTO 3).¹ Quell’estate Nora si è trastullata    soprattutto nei tre terrazzi verdi di foglie di vite e grappoli d’uva, uno al di sopra dell’altro, dal più alto dei quali  si vede il mare, il grande porto  dove approdano maestose bianche  navi (FOTO 4) – con i tanti gatti cui faceva fare ginnastica (“zampette in su, zampette in giù”, e poi si lamentava con Mamma perché la graffiavano…), si è divertita a giocare protettivamente con la cuginetta più piccola di lei (aveva tre anni) Rascelica, diminutivo giudeo-spagnolo di Rachele (FOTO 5), destinata alcuni anni dopo ad essere eliminata ad Auschwitz.

    Un certo disagio invece incutevano in Nora le frequenti  visite  alla bisnonna  (FOTO 6), madre della madre di sua madre, sempre con quel cappello in testa che le  pareva tanto strano chiamato in giudeo-spagnolo tokado. Anni dopo Nora ricorderà:

    Per la bisnonna solevano portare fuori una poltroncina di vimini con cuscini.  Poi giungeva lei, con passo lento e regale, e si sedeva al suo posto, le mani in grembo, il volto eretto, lo sguardo fisso: rimaneva a lungo immobile ad osservare la vita intorno a sé. Io avevo cinque anni quando i miei genitori mi portarono a Rodi quell’estate, e alla sera andavo spesso a salutarla perché così voleva la mia mamma.  La bisnonna mi metteva soggezione: ciò che più mi faceva paura erano quelle mani raggrinzite e fredde che stringevano le mie quasi per sentire un poco di calore, di vita.  Quanto dovevano avere lavorato quelle mani per tirare su ben tredici figli:  ora avevano terminato  il   loro compito  e se ne stavano inerti,  inutili,  in  attesa  della  morte.”Sibilla, che vuoi?” “Voglio morire” (“Sul quartiere ebraico di Rodi”, qualcosa durerà…”, p.230).  ²   

    

    Ritornata a Milano, Nora prepara la prima elementare privatamente (la scuola ebraica che dovrebbe frequentare è troppo lontana, mezz’ora di tram). Secondo le norme vigenti, per essere ammessa alla seconda  Nora deve però sostenere un esame presso una scuola pubblica. Ricorderà così quell’esperienza:

   

   Ebbene, mi avevano obbligata ad entrare per prima nell’aula, a fare le prove scritte in un banco separato dagli altri, ed a uscire per ultima. Tutto ciò per non contaminare la razza ariana! […] mi accadeva spesso di pensare a quella bimbetta che, isolata dagli altri, un poco impaurita e un poco meravigliata, aveva cercato lo stesso di svolgere le prove scritte come meglio poteva. In un primo momento decisi che ero stata sfortunata a nascere in una famiglia di ebrei; poi, riflettendo meglio, incominciai a provare risentimento per delle leggi così ingiuste e orgoglio di essere ebrea. Un giorno le differenze razziali sarebbero scomparse dal mondo e bambini cristiani ed ebrei, bianchi e neri, si sarebbero ritrovati insieme (io pensavo soltanto ai bambini)  (dal racconto autobiografico “Sulle rive del Lago di Garda”, “qualcosa durerà…”, p. 45).

    

    Pure io ho serbato nitida la memoria di quel giorno, soprattutto di quando Mamma mi volle con sé per andare a prendere Nora all’uscita della scuola (vicino alla Stazione Centrale, a Milano: la scuola è sempre lì). Ricordo che aspettammo e aspettammo: bambini continuavano ad uscire, più piccoli, più grandi, e Nora non appariva mai. Mamma si faceva sempre più inquieta, e quando, per alcuni minuti, nessun bambino varcò più il portone della scuola, era in preda al panico. Ma ecco che, d’un tratto, una bimba piccola e tutta sola, con una cartella che pareva più grande di lei, si affaccia sulla soglia, si guarda attorno smarrita, poi si dirige lesta verso di noi ed esclama, quasi scusandosi:

    Mamma, non è colpa mia. Ho obbedito alla maestra. Mi ha detto di uscire dopo tutti gli altri bambini perché io non sono di razza ariana. Ma cos’è, mamma, la razza ariana? Io sapevo solo che ci sono i cani di razza… ” 

    Alle  discriminazioni razziali  fa seguito lo scoppio  della  guerra che diventa terribilmente vicina quando iniziano i bombardamenti su Milano: la guerra, per Nora, sono le bombe che piovono dal cielo non lontano dalla Stazione Centrale a due passi da casa nostra. Dopo le incursioni, Nora è colpita dalla vista per strada di tante persone, soprattutto di tanti ragazzi, tanti bambini, mutilati (motivo che riprenderà nella poesia “La pace”, “qualcosa durerà, p. 193, in seguito musicata con il titolo del primo verso, “Era un bel sogno che ho fatto da bambina”, “Una musica canta nell’anima”, pp. 96-97). A proposito di quel periodo ( FOTO 7) scriverà:

    

    Della guerra per esperienza diretta io ricordavo soltanto gli attacchi aerei. Una sirena acuta e lugubre mi svegliava nella notte; del resto il mio sonno di bambina era diventato sempre più leggero,.come se attendesse quel suono apportatore di distruzione e di morte. Mi vestivo in fretta e scendevo a piedi con i miei genitori e mia sorella i cinque piani per raggiungere il rifugio antiaereo.  […] I1 rifugio era costituito da uno stretto corridoio e da due squallide stanzette: lungo i muri grigi in cemento armato vi erano delle panche. Di solito gli uomini preferivano rimanere in piedi nel corridoio a discutere di politica, mentre le donne sedevano sulle panche a chiacchierare del più e del meno per far passare quelle ore angosciose. Io me ne stavo accanto alla mia mamma: zitta ascoltavo e osservavo gli altri. Vi era una giovane madre che teneva tra le braccia una bimba neonata avvolta in una coperta […]. Ancora dopo tanti anni ricordo nei minimi particolari quelle ore passate in rifugio come se la mia memoria le avesse staccate dal tempo e fissate nell’eternità” (da “Sulle rive del Lago di  Garda”, “qualcosa durerà…”, p. 44).

    

    Quando i bombardamenti su Milano si fanno molto intensi  nostro padre  decide di mettere al sicuro la moglie e noi  bambine a Maderno, sul Lago di Garda. Lì, all’età di dieci anni, Nora stringe amicizia con Jean-Pierre  (FOTO 8) un ragazzino francese poco più grande di lei anche lui di “razza ebraica”. Il padre di Jean-Pierre, originario di Rodi come i nostri genitori,  in gioventù era emigrato in Francia, a Parigi, mantenendo però sempre la nazionalità italiana. Quando Parigi era stata occupata  dai  tedeschi la famiglia di Jean-Pierre aveva cercato rifugio in Italia nella speranza di potersi salvare, i genitori giudicando i fascisti meno feroci dei nazisti. Non potendo frequentare la scuola in quanto  ebrei, entrambi “disoccupati”, come scriverà Nora, i due ragazzini diventano compagni inseparabili.

    

    Nell’albergo di Jean-Pierre (FOTO 9) vi era una sala per il gioco del ping-pong, gioco che riuscì a riempire parecchie ore delle nostre giornate. […] A volte invece giocavamo con i balocchi di un bimbo dell’albergo, abbandonati nella sala del ping-pong.  In quella stanza separata dal mondo degli adulti pareva che la nostra fanciullezza, repressa dalle preoccupazioni della guerra, soffocata da una vita dove l’allegria era una stonatura, riaffiorasse in tutta la sua irruenza come per rifarsi del tempo perduto.  Ridevamo in modo sfrenato e ci divertivamo con un triciclo, un cavallo a dondolo e un trenino elettrico, come dei bambini.  Poi improvvisamente diventavamo seri di nuovo e ritornavamo ad essere anche troppo grandi (da “Sulle rive del Lago di  Garda”, “qualcosa durerà…”, p. 46).

    

    L’8 settembre 1943 Badoglio annuncia l’armistizio separato dell’Italia con gli Alleati. Subito i tedeschi calano in forze dal Brennero, i carri armati con la Svastica sferragliano padroni lungo la Gardesana, sono a Maderno, a Gardone, a Salò. Per le famiglie di Nora e di Jean-Pierre gli occupanti tedeschi sono ancora più pericolosi delle bombe degli Alleati.

    Le due famiglie fuggono ognuna per proprio conto, entrambe con il proposito di raggiungere la neutrale Svizzera. Nora e Jean-Pierre si separano. La famiglia di Nora riesce a salvarsi, quella di Jean-Pierre (padre, madre, una sorella e un fratello maggiori) è arrestata da militi fascisti prima di raggiungere la frontiera, il 28 dicembre 1943: detenuti successivamente nelle carceri di Domodossola, di Novara, di San Vittore a Milano, consegnati ai tedeschi sono da lì prelevati  il 30 gennaio 1944 ed imbarcati alla Stazione Centrale sul noto disumano convoglio con destinazione Auschwitz, dove giungono il 6 febbraio 1944: quello stesso giorno Jean-Pierre vi sarà eliminato; unico superstite della famiglia sarà il fratello (Gilbert).   

    Di Jean-Pierre Nora scriverà questo toccante ricordo:

    Se tu non fossi morto, ti avrei ricordato meno, occupata come ero dalle gioie della ristabilita pace e dalla ripresa della vita normale. La tua morte rese struggente quella tenerezza che avevo sentito per te e la nostra amicizia prese un carattere sacro perché nulla poteva ad essa essere aggiunto o tolto: era passata tra le cose eterne. Quanti particolari avrei voluto conoscere sulla tua fine e invece l’unica certezza che avevo era di saperti un pugno di cenere in uno dei tanti forni crematori nazisti. Mi domandavo se avevi passato alcune settimane nei campi di concentramento o se ti avevano eliminato subito perché troppo giovane per lavorare; se eri entrato nelle camere a gas insieme ad altri compagni di sventura ma pur sempre degli estranei, o se ti avevano lasciato accanto a tua madre così da poter portare la luce del suo noto sguardo d’amore nelle tenebre ignote  (FOTO 10).  Mi chiedevo pure se ti eri ricordato di me […].    Queste e altre domande non  potendo avere una risposta rimanevano presenti alla mia mente come insoddisfatte, in attesa, e la riempivano del ricordo  di te” (da “Sulle rive del Lago di  Garda”, “qualcosa durerà…”, p. 51).

   

    La nostra famiglia riesce, sì, a riparare in Svizzera, tuttavia solo a un secondo tentativo di espatrio. Da Maderno ci spostiamo prima a Milano, non certo a casa nostra, dove già i fascisti erano venuti a cercarci e poi dei militari tedeschi si insediarono fino alla fine della guerra, bensì nascosti per alcuni giorni in una pensione non lontana  dall’Arco della Pace, dove,  fu detto a noi bambine, non dovevamo  dar segno di vita (non camminare facendo rumore, non parlare ad alta voce: nostra madre ci convinse a starcene a letto fornendoci  letture  varie; anni dopo, ricordando quei momenti, avrei pensato ad Anna Frank), finché nostro padre, con l’aiuto di un amico non ebreo, il ragionier Aldo Gibelli, decise di trasferirci momentaneamente in un paese di montagna sopra Luino, Bosco Valtravaglia, non lontano dal confine elvetico.   Nel paese e dintorni, seppimo in seguito,  operavano giovani partigiani aiutati da gente del luogo, spesso da ragazze che li fornivano di cibo e vestiario   (FOTO 11).  Nel frattempo, dopo la costituzione nello  stesso  mese di settembre della repubblica di Salò da parte di Mussolini, ora più che mai alleato di Hitler, dal Führer  dipendente, la persecuzione degli ebrei si era fatta più crudele  e nostro padre, sempre  con l’aiuto del fedele amico  Gibelli,  organizza la fuga della famiglia in  Svizzera per la sera del 2 dicembre (1943). Furtivamente noi quattro ci allontaniamo da Bosco Valtravaglia e faticosamente raggiungiamo la meta.   Ma gli svizzeri ci respingono in Italia: secondo il comandante del posto di frontiera –  che nostra madre implora in ginocchio (ho ancora la sua cara figura con le mani giunte  davanti ai miei occhi) affinché “anche solo le bambine” siano trattenute – i nostri genitori  erano giovani e   potevano sopportare il lager nazista e noi  bambine eravamo troppo piccole perché ci  fosse fatto  del male… Di quel primo passaggio della frontiera Nora ha lasciato un resoconto scritto in Svizzera tre mesi più tardi,  poco dopo il nostro secondo, e fortunato, espatrio (il 5 marzo 1944), in un quadernetto da me ritrovato che chiama “giornalino mio” sulla cui copertina nostra madre ha annotato: “Da conservare”.   Trascrivo esattamente il testo, incompleto purtroppo, del manoscritto: 

   

    Eravamo tutti raccolti in una cameretta scura; babbo parlava con alcuni uomini che dovevano essere dei contrabbandieri. Mamma, si vedeva dal volto, aveva tanta paura. Io no; ero forse incosciente del pericolo che stavamo per correre; pensavo solo, che se riuscivamo a passare la rete, eravamo salvi.

    Verso le cinque c’incamminammo con quegli uomini, per un sentiero il quale si allungava dinanzi a noi, facendosi sempre più stretto e più addentrato, sino a scomparire del tutto.

    La mamma, povera mamma, faceva fatica a camminare, perché era ammalata; ma non diceva nulla, proseguiva in silenzio.

    Ogni tanto ci gettavamo a  terra e nel rialzarci ci sgraffiavamo le gambe, e ci rompevamo i vestiti. Ma che importava? Si trattava di salvare la nostra vita e basta.

    Intanto il sole era tramontato e il buio avvolgeva nel silenzio ogni cosa.

    E cammina, cammina, dopo due ore di marcia faticosa, arrivammo a una piccola galleria che divideva l’Italia dalla Svizzera. Fui quasi spinta dal desiderio di gettare un grido di gioia, ma mi trattenni in tempo. Lesti, lesti ci chinammo e passammo la rete: che gioia: eravamo in Svizzera!

    Dopo tanta fatica, eravamo finalmente entrati in una terra ospitale, che ci salvava dalla morte! 

    Ma non sapevamo, eravamo lungi dall’immaginarci la brutta sorpresa che ci attendeva.   Fatti pochi passi incontrammo subito le guardie svizzere (FOTO 12), ci consegnammo a loro e ci avviammo al posto di frontiera.                  

    Arrivati alla dogana, fummo accolti da un ufficiale dallo sguardo burbero e severo. Papà  gli consegnò i documenti….. ; il mio cuore batteva forte, presentivo qualche cosa di brutto.

    Ed ecco, dopo aver esaminato tutte quelle carte, 1’ufficiale ci disse che non potevamo restare in Svizzera. Mi sentii morire: come avremmo fatto a ritrovare il cammino, in mezzo a tutti quei boschi? Come avrebbe fatto la mamma così ammalata a riaffrontare la strada? Non ci sarebbe mancato il coraggio?

    Ma né suppliche né preghiere valsero a commuovere 1’ufficiale che non ci lasciò nemmeno pernottare alla dogana: ci scacciò dalla Svizzera come dei cani.

    Alcuni soldati ci riaccompagnarono alla rete e passata questa ci trovammo soli davanti ai boschi immensi, infiniti.

    In lontananza scorgemmo alcuni lumicini, e ci dirigemmo verso questi. La strada era in salita, faticosa. Il babbo e la Ester ci precedevano con le valige, mentre io sorreggevo la mamma; le foglie secche scricchiolavano sotto il nostro passaggio, mentre la luna illuminava il cammino.

    Dove eravamo diretti? Certo non lo sapevamo; si andava incontro al destino ormai rassegnati a tutto, pronti a morire, eppure il mio piccolo cuore batteva, batteva, sentiva che qualche cosa di terribile stava per accadere sopra di noi, sentiva che la morte ormai ci era innanzi e che solo la misericordia di Dio ci avrebbe potuto salvare; e mentre camminavo e pregavo pregavo rammaricandomi di tutte quelle sere che non avevo  (dalla nota al racconto autobiografico “Svizzera: riconoscenza o rancore?”,  “qualcosa durerà…”, pp. 69-70).

    Qui probabilmente, “rammaricandomi di tutte quelle sere che non avevo”, dove il testo si interrompe, Nora bambina pensava a “tutte quelle sere” in cui non aveva pregato… Dalla fotografia sul suo libretto di rifugiata traspare comunque il suo spavento di bambina (FOTO 13).   

    Dal felice 5 marzo 1944,  quando la nostra famiglia è accolta nella Confederazione Elvetica, Papà e Mamma  sono trattenuti in campi di internamento per rifugiati civili per cento giorni (“i cento giorni di Napoleone,” scherzava Papà),  mentre Nora ed io siamo presto ospitate da famiglie del Canton Ticino, Nora  a Melide ed io nella vicina Lugano. A Melide Nora ritrova la gaiezza e la spensieratezza della sua età: la giovane famiglia che l’ha accolta, in cui non vi sono altri bambini, la coccola, la vizia, “la Rosetta” specialmente. Nora può anche andare a scuola, finalmente, ma un poco in verità si annoia, perché, scrive in una lettera ai genitori che è stata penso da Mamma conservata,  “s’impara quello che io ho imparato in quarta. Sesta, settima, ottava sono tutte nella stessa aula e abbiamo un maestro per tutte tre le classi e per tutte le materie. Si deve andare a scuola mattino e pomeriggio e così non posso più andare a spasso. […] Ho già letto tre libroni del Corriere dei piccoli e stasera comincerò il quarto. Oggi vi ho scritto ben poco ma devo smettere per fare un tema.”  L’accompagnano anche a Lugano, per vedere me, “la Ester” che, Nora continua, non si trova altrettanto bene di lei, “perché la signora,” spiega ancora  ai genitori  (esagerando molto) “non è affatto gentile, […] non mi piace affatto come tipo, preferisco molto di più dove sono io, poiché davanti a me hanno parlato molto male della Ester. Tuttavia io le sono rimasta simpatica perché mi ha regalato un pacchetto di savoiardi.” E in un P. S. aggiunge: “La Rosetta a Lugano me e la Ester ci ha condotti in un caffè e ci ha offerto una tazza di cioccolata e a tutti due paste, ma a me tre.” Deve mangiare tanto cioccolato e tanti cioccolatini, la piccola rifugiata italiana, se con “le carte d’argento” decide di farsi una palla. “Mandatemi le carte d’argento. È già la terza volta che ve lo dico,” protesta sempre scrivendo ai genitori (che verosimilmente non ne disponevano come lei). “La palla pesa già un etto e sessanta grammi.” Proprio una bambina – non ha che undici anni – che però non manca di farsi accompagnare alla Croce Rossa per chiedere notizie di Jean-Pierre, sapere se è entrato in Svizzera, finché le notizie, tragiche, le sono riferite: Jean-Pierre e la sua famiglia (i genitori, la sorella e il fratello maggiori, Edith e Gilbert rispettivamente) sono stati arrestati dai fascisti prima di raggiungere la frontiera con la Svizzera; solo Gilbert è sopravvissuto.

    Una volta autorizzati a lasciare i campi di internamento, i nostri genitori  ci riprendono con sé e la famiglia riunita si sistema a Orselina, appena sopra Locarno,  al piano terra di una bella villa con giardino di una coppia di ospitali svizzero-tedeschi, “Villa Mon Bijou” (FOTO 14). A Locarno Nora ed io frequentiamo, felici, la scuola pubblica. Nora e alcune compagne di classe svizzere fanno amicizia e misteriosamente si denominano “le congiurate”… Che cosa e contro chi  “congiurino” il “giornalino” di Nora inaugurato in questo periodo non lo rivela (FOTO 15).

    Vi è invece annotata, datata 8 maggio 1945, e preceduta da una coloratissima bandiera italiana, la fine della guerra introdotta dalla parola “Armistizio” sottolineata e seguita da un punto esclamativo (FOTO 16)

    

     Armistizio! Questa voce corre a Locarno di bocca in bocca. Che sia proprio vero? No, non ci posso credere, mi pare quasi impossibile, sarebbe troppo bello.

    Eppure alcune case hanno già messo fuori la bandiera: la guerra deve essere  proprio finita; finita la morte continua di anime innocenti.

    Che gioia! Sì, ma tutti non sono contenti quest’oggi: delle mamme piangono per  non rivedere più tornare a casa i loro figli, delle piccole creature piangono la morte del loro babbo che non rivedranno mai più.

    Quante famiglie toccate dalla guerra, quante anime innocenti sono salite in cielo! Dopo questa terribile guerra, speriamo che regni un poco di pace tra gli uomini, la pace che  ricondurrà l’amore su questa terra devastata! (da Appendice A,  “qualcosa durerà…”, pp. 23-24).

    

    Notiamo queste parole di Nora bambina, “pace”, ripetuta due volte, e “amore”, concetti – pace e amore – che sostanziarono tutta la sua vita:  “speriamo che regni un poco di pace tra gli uomini, la  pace che ricondurrà l’amore su questa terra devastata!” ; The Waste Land, faccio ancora notare, è il titolo di un famoso poemetto di T. S. Eliot, del 1922, che  certo la piccola Nora non conosceva: tuttavia  già per il grande poeta  anglo-americano  come più tardi per la piccola ebrea italiana  “la terra devastata” è quella che una guerra mondiale (la precedente, per Eliot) ha lasciato dietro di sé. 

    La guerra dunque era finalmente finita! Non è facile spiegare, a chi non ha vissuto gli orrori di una guerra, a chi, come gli ebrei, inclusi i bambini ebrei, non ha vissuto giorno dopo giorno, notte dopo notte, il terrore supplementare di essere, in quanto ebreo, arrestato, deportato, diviso dai propri cari, ucciso, la gioia che seguì alla capitolazione della Germania di Hitler!

    La nostra famiglia  rientrò a Milano, nella casa vicino alla Stazione Centrale, ma non prima della fine delle scuole nel Canton Ticino, per decisione dei nostri genitori, insieme a tanti altri espatriati, su camion che, giunti in Italia, erano  salutati da ali di folla festante, che lanciava baci,  fiori, frutti.

    Ma ben presto a casa nostra cominciarono a giungere dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, tra i primi Gilbert, il fratello maggiore di Jean-Pierre, che ci raccontò quanto era successo alla sua famiglia dopo la nostra separazione a Maderno, dell’arresto da parte di fascisti poco prima di raggiungere il confine elvetico, del successivo passaggio da una prigione all’altra  per essere infine consegnati ai tedeschi, della deportazione dalla Stazione Centrale di Milano, della fine della bella sorella ventenne Edith (FOTO 17)  sotto i propri occhi… Numerosi  sopravvissuti  della comunità ebraica di Rodi giunsero a casa  nostra, tutti  giovani, per lo più giovani donne,  che raccontarono ai nostri genitori, anche in presenza di noi due ragazzine, il calvario, il martirio e lo sterminio della nostra  antichissima, colta e prospera comunità. L’isola di Rodi era purtroppo caduta in mano ai tedeschi l’11 settembre 1943, già un tragico 11 settembre! Dei circa 1800 deportati solo un decimo fecero ritorno dai lager, nessuno dei quali scelse di ristabilirsi a Rodi.

    Fu dunque così, nella nostra casa di Milano, che Nora ed io apprendemmo tanti dettagli sulla morte dei nostri nonni paterni, il nonno Michele e la nonna Gioia (FOTO 18), nella grande casa dei quali, la casa dalle “molte porte” ricordata in una già citata poesia di Nora, avevamo trascorso l’estate  alla vigilia delle leggi razziali. Fu così che apprendemmo dell’atroce sorte toccata anche alla zia Norma, sorella di  nostro padre, a suo marito  lo  zio Salvatore e  alle loro tre bambine, le nostre cuginette Rascelica e le gemelline Gioia e Fortunata (che nomi bene auguranti!).   fotografie delle  quali  inviateci in tempi felici dai felici loro genitori erano incorniciate nella nostra cameretta a Milano  (FOTO 19) .   Quando le tre sorelline furono “liquidate” nelle camere a gas e nei forni crematori di Auschwitz subito dopo il loro arrivo in quel luogo di cui nessuno a Rodi aveva  mai sentito il nome il 16 agosto 1944, dopo avere superato sofferenze per noi inimmaginabili durante il lunghissimo viaggio Rodi-Auschwitz, prima  sballottate in carrette del mare da Rodi al porto del Pireo per una decina di giorni,  poi stipate su camion fino al campo prigione di Haidari e da lì ad Atene, infine, ad Atene, caricate su vagoni bestiame e lì tenute rinchiuse per oltre due settimane, un viaggio infinito lungo mezza Europa, attraverso Grecia, Iugoslavia, Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, viaggio, ripeto,  che si protrasse dal 23 luglio, giorno della deportazione da Rodi, al 16 agosto, giorno dell’arrivo – e immediata eliminazione – ad Auschwitz, affamate, assetate , spaventate,  esauste, Rascelica aveva nove anni, le gemelline cinque. 

    In un precedente articolo scritto per questa rivista, “In memoria dei tanti piccoli martiri ebrei di Rodi”, numero del maggio 2013, p. 64, ho citato due poesie di Nora dedicate una a Rascelica e l’altra alle gemelline. Termino questo articolo citandone altre due, la prima composta  in francese (Nora aveva scelto di laurearsi in lettere moderne con una tesi su Albert Camus) in memoria di Edith, sorella di Jean-Pierre,

la seconda in memoria di tutti i bambini vittime della Shoah  (quanti? moltissimi, cifra impossibile da calcolare, si è parlato di oltre un milione, forse un milione e mezzo).

“ La jeune captive  (1789.1944)”

                  

                                                 “Non, je ne veux pas  mourir encore,”                                   

                                                 dit la jeune captive

                                                 qui se trouve arrêtée à Paris,

                                                 prisonnière de la Révolution.

                                                “Non, je ne veux pas mourir encore, ”  

                                                 dit la jeune juive

                                                 qui se trouve dans un camp des nazis,

                                                 victime de cruelles persécutions

                                                 

                                                  A distance à peu près d’un siècle et demi,

                                                  c’est toujours le même cri de désespoir

                                                  de la jeunesse qui s’attache à la vie

                                                  et qui, frôlée de l’aile noire de la mort,

                                                  n’acceptant pas, se révoltant au sort,

                                                  découvre la triste beauté du dernier soir,

                                                  la triste beauté de la dernière aurore :

                                                 “Non, je ne veux pas  mourir encore.”

                                                                                                              (“qualcosa durerà…”, p. 164)

   

    Secondo informazioni raccolte a Rodi dallo storico italiano Girolamo Sotgiu  (Giusto tra le Nazioni in Israele), insieme alla moglie Bianca testimone oculare dell’arresto  degli ebrei di Rodi,  i bambini ebrei deportati sarebbero stati ben seicentosette, ottantaquattro dei quali ancora lattanti, quindici  di essi di neppure un mese. In memoria di tutti i bambini sterminati dai nazisti  Nora ha scritto “La voce dei bimbi morti nella Shoah”, poesia con una premessa: 

                                                                                             

    Ho sempre invidiato il talento dei pittori e ammirato Picasso, in particolare il suo dipinto in bianco e nero “Guernica”, dove egli ha espressso tutta la sua angoscia per la crudeltà della guerra e ha rivelato al mondo gli orrori del nazismo: un bombardamento effettuato in pieno giorno sul mercato della cittadina basca, bombardamento che costò la vita a uomini, donne e bambini.

    Se fossi stata una pittrice, avrei dipinto un’immensa montagna di angeli bianchi uccisi dai nazisti, e vicino una nera profonda voragine per simboleggiare il nulla eterno in cui si trovano le creazioni e le scoperte che quegli angeli avrebbero potuto donare al mondo se non fosse stata loro brutalmente tolta la vita, creazioni e scoperte di cui  è stata privata la civiltà umana forse per sempre.

    So soltanto scrivere, ma poiché con i miei scritti non mi riesce di far capire il bianco  dell’innocenza e il nero del nulla eterno, non mi resta che lasciare la parola a

                                               “La voce dei bimbi morti nella Shoah”

        Eravamo bambini, eravamo innocenti,                    

                                            desideriamo che il mondo se lo rammenti.

                                            I sogni che non abbiamo potuto realizzare

                                            rendono insipide, talvolta anche amare,

                                            le gioie serene e tranquille del paradiso:

                                            siamo angeli che han dimenticato il sorriso.

                                            Eravamo bambini, eravamo felici,                         

                                            credevamo che gli uomini ci fossero amici;

                                            ma ci hanno asfissiati in una camera oscura,

                                            il ricordo di essa ci mette ancora paura.

                                            Non vogliamo essere morti in tanti per niente:

                                            se lo gridiamo al mondo, qualcuno ci sente?

                                             

                                             Eravamo bambini, eravamo dei santi,                           

                                            eppure la nostra vita non è andata avanti.              

                                            Se vedete una nuvola nel cielo sospesa,               

                                            è l’ombra della nostra triste anima offesa,

                                            che è pronta al perdono e non serba rancore,

                                            esige però che l’uomo diventi migliore.

                                                Eravamo bambini, eravamo innocenti,

                                                 desideriamo che il mondo se lo rammenti.      

                                                                                                              (“qualcosa durerà…”, p. 166 )

           

     

    Mi piace concludere l’articolo su questa nota di “perdono” da Nora messa in bocca ai bambini assassinati purché il loro sacrificio  serva per costruire un mondo migliore,  un mondo in cui, scrive Nora in un’altra poesia, quanto purtroppo tristemente attuale, “abbattuta per sempre ogni frontiera, / si creda in una sola bianca bandiera” (“Le frontiere”,  “qualcosa durerà…”, p. 51).

(FOTO 19 e 20)     

NOTE

¹ In questo articolo quasi tutte le mie citazioni da scritti di Nora sono dal suo volume “qualcosa durerà…”  racconti  poesie  pensieri, Firenze, Alinea, 2002 (le parole “qualcosa durerà…” sono dalla bellissima sua canzone “L’avventura”, pp.  2-3 nell’album interamente di Nora “Una musica canta nell’anima”  melodie e parole di quarantadue canzoni, Firenze, European Press Academic Publishing, 2003, e precisamente: “Ma questo, amore mio, / lo so, lo so anch’io, / eppure sento in me  / una voce  che grida che / qualcosa durerà… / Lo senti anche tu, / lo sente ognun di noi, / è il desiderio umano / d’un po’ d’eternità .                               .

² Nora cita anche l’originale greco.

didascalie per foto

  1. Ultime vacanze felici a Rodi : Nora (ed io, seduta) in spiaggia, nel recente stabilimento balneare creato dagli italiani nella città nuova, fuori dalle mura, a nord del Grande Albergo delle Rose.  

        2   Casa dei nonni paterni nella città murata, nel cuore del quartiere ebraico, confinante con la Sinagoga della  Pace:  scalinata d’ingresso.        

      3   Le “molte porte” al primo piano.

      4   Vista del Porto Commerciale o Centrale, il più importante dei tre porti di Rodi:  a nord di esso  (lo si intravede) il porto piccolo chiamato  Mandraki, a sud (non la si vede)  la Baia di Acandia.

        5    La zia Norma (sorella di mio padre) con lo zio e la loro primogenita, Rascelica, sorridono felici.

       6   Tre generazioni: la bisnonna Rachele con dietro di lei alla sua sinistra  la figlia Rebecca, nostra nonna, e quindi due  figlie della nonna.

        7   Nora dopo essere stata promossa in seconda. Con lei nostro padre (e anche nostra madre, che però non si vede quasi).

        8  Jean-Pierre.

        9  L’Hotel Maderno, foto d’allora.

      10  Jean-Pierre con la madre, nel giardino dell’albergo.

      11  Nora (la più piccola del gruppo) e me stessa  (con pelliccetta di gatto) a Bosco Valtravaglia insieme a giovani del luogo.

      12  Guardie svizzere, poco al di là del confine.

      13  Libretto di rifugiata rilasciato a Nora dalle autorità elvetiche.

      14  “Villa Mon Bijou” a Orselina, poco sopra Locarno.

      15  Nora (prima della seconda fila guardando la foto) e compagne di classe svizzere:   “le congiurate”.

      16  Dal “giornalino mio” di Nora: parole da lei scritte appena venuta a conoscenza dell’armistizio.

      17   Edith, sorella maggiore di Jean-Pierre.   

      18   I nonni Michele e Gioia Menascé, deportati ad Auschwitz. Il nonno, uomo di legge, era stato nominato Cavaliere Ufficiale della Corona d’Italia per i suoi meriti. Su di  lui rimando al mio  articolo “Rodi-Auschwitz via Haidari ‘la Bastiglia della Grecia’” uscito nel numero del maggio 2014 di questa rivista, pp. 45-50.

      19  Gioia (come nostra nonna, ma anche Giulia, quella che sorride) e Fortunata, sorelline gemelle di Rascelica. Ai bambini ebrei di Rodi vittime della Shoah ho dedicato l’articolo “In memoria dei tanti piccoli martiri ebrei di Rodi” uscito nel numero del maggio 2013 di questa rivista, pp. 57-64.    

      20  Copertina di “qualcosa durerà…”.

      21   Copertina di  “Una musica canta nell’anima”.

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